Sono una volontaria che è cresciuta insieme ad A.B.O.S. dal 1991 e, dopo tanti anni, mi rendo conto che le storie da raccontare sarebbero davvero tantissime.
Storie di bambini, di incontri, di sorrisi.
Storie di momenti che magari sono durati soltanto qualche ora, ma che sono rimasti dentro di me per molto più tempo.
In tutti questi anni ho imparato tante cose. Ma ce n’è una che, più di tutte, continua ad accompagnarmi: l’importanza della presenza.
Quando un bambino si trova in ospedale, non servono necessariamente parole importanti o grandi gesti. A volte basta un palloncino, un disegno da fare insieme, un gioco da condividere.
Il rapporto con un bambino si costruisce con pazienza, delicatezza e rispetto. Si entra nella sua stanza con l’intenzione di regalargli un po’ del proprio tempo, di portare un momento di leggerezza, di interrompere, anche solo per un po’, la quotidianità dell’ospedale.
In questo incontro, fortunatamente, c’è anche la presenza della mamma. La sua partecipazione può essere preziosa, conosce il proprio bambino, sa comprenderne gli stati d’animo e, con la sua presenza, può aiutarci a comunicare con lui, È un piccolo ma importante ponte tra noi e il bambino e poi, come per magia, accade che quel bambino che poco prima sembrava chiuso nel suo silenzio, alza gli occhi e ti sorride. Comincia a raccontarti della scuola, dei suoi amici, del gioco che preferisce, di quello che farà quando tornerà a casa e per un momento, quel bambino torna semplicemente ad essere bambino.
Questo, é il modo in cui A.B.O.S. mi ha insegnato a guardare dentro l’ospedale, non soltanto attraverso la malattia, ma attraverso le relazioni umane che possono nascere anche nei momenti più difficili.
Noi volontari entriamo in ospedale pensando di dover dare qualcosa, ma molto spesso siamo noi, alla fine, a ricevere tanto. Riceviamo la fiducia del bambino che, per qualche momento, decide di lasciarci entrare nel suo mondo.
Ma non sempre succede. A volte ci sono bambini stanchi, impauriti, bambini che quel giorno non vogliono giocare e preferiscono rimanere in silenzio.
Non dobbiamo mai pensare che la nostra presenza sia inutile, anche questo fa parte del nostro essere volontari.
A volte basta semplicemente sedersi accanto al bambino, senza invadere il suo spazio, rispettare il suo silenzio, raccontargli una buffa storia anche inventata e fargli sentire che non è solo. Noi non possiamo cambiare ciò che sta vivendo il bambino in quel momento, non possiamo cancellare la sua paura, la sua malattia o la fatica di quei giorni. Ma possiamo fare in modo che non debba affrontarli da solo.
Ed è proprio questo il senso della nostra presenza. Semplicemente esserci.
Luciana



