AOS – AGOSTO 2026 –
Sono una volontaria ABOS, per tre settimane, ogni venerdì, ho avuto la gioia di entrare nella stanza di T., un bambino di origine araba di nove anni, con grandi occhi neri e, nonostante tutto, un sorriso felice.
Non abbiamo avuto modo di fare grandi discorsi, perché comunicavamo con l’aiuto del traduttore.
Avevamo sicuramente qualcosa in comune: la stessa emozione, la stessa voglia di condividere piccole cose, la felicità di stare insieme per qualche momento. Attraverso i suoi sguardi gioiosi e i giochi che facevamo, siamo riusciti a darci tanto.
Accanto a lui c’era la sua mamma, che non riusciva a nascondere la propria fragilità e la grande stanchezza di quei giorni difficili. Eppure, nonostante tutto, aveva una straordinaria voglia di sorridere, comunicare, raccontarsi attraverso il traduttore, spesso, usciva dalla stanza alla ricerca di una connessione che purtroppo era sempre incerta.
Mi ha ringraziata più volte e, un giorno, mi ha chiesto se potevamo fare una foto ricordo insieme a T. È stato un momento semplice, fatto di grandi sorrisi e di emozioni condivise. Uno di quei momenti che sembrano piccoli, ma che sono certa resteranno nei nostri cuori.
Ricordo tutti i giochi fatti insieme, gli sguardi e quei piccoli momenti di serenità che sono stati per me un grande regalo.
A fine turno non è mai stato facile salutare T. e ogni volta gli auguravo di guarire presto, di poter tornare finalmente a casa, insieme alla sua mamma.
Oggi, entrando finalmente nella sua stanza n. 15, ho avuto una sensazione particolare. La stanza era vuota, ma non lo era davvero, perché lì dentro si respirava ancora l’amore che T. e la sua mamma hanno lasciato a tutti.
Mentre uscivo dalla stanza, ho pensato che, forse, è proprio questo il senso più bello del nostro essere volontari: entrare nella vita di qualcuno per un piccolo tratto di strada, lasciare e a ricevere qualcosa che rimane nel cuore.
MURGIA Giada Ped



