Storie dal cuore Elisa per Emma

ABOS –  SETTEMBRE 2026 –

Ho conosciuto E. durante il volontariato ABOS nel reparto di Chirurgia Pediatria: una bambina di 6 anni, dolce, premurosa e simpatica. Accanto a lei  sempre la sua mamma, presente e amorevole e anche tutto il personale ha cercato di farla sentire accolta, protetta e amata, nonostante abbia avuto un percorso molto complicato.

Ogni lunedì, quando arrivavo in reparto, speravo di non trovarla in quella stanzetta. Non perché non volessi vederla, ma perché avrei voluto immaginarla da tutt’altra parte: magari al parco, a giocare con i suoi amichetti, a correre e a vivere semplicemente la sua infanzia.

Ogni volta che arrivavo, cercavo con la fantasia di rendere quella stanzetta un po’ più bella ai suoi occhi, trasformandola, per quanto possibile, in un luogo dove poter giocare e sentirsi un po’ più leggera.

La cosa più bella del mio turno era vedere quanto si divertiva. In quei momenti sembrava che l’ospedale potesse scomparire e lasciare spazio soltanto a una bambina che giocava.

Perché dentro un ospedale il gioco è importante.

  1. merita di giocare. Tutti i bambini meritano di giocare e di sentirsi semplicemente bambini.

Forse è proprio questo che dà un senso al nostro essere volontari: riuscire, anche solo per poco, a restituire a un bambino la sua normalità, la sua leggerezza e il suo sorriso.

Storie dal cuore Luciana

ABOS – AGOSTO  2026

In questi giorni i reparti di pediatria sono piuttosto affollati, con diversi piccoli pazienti stranieri. Ho avuto modo di comunicare con alcune mamme attraverso il traduttore, le ho trovate molto provate e disorientate perché, non conoscendo bene la lingua, faticavano a individuare con precisione il nome dell’ospedale o del reparto in cui i loro bambini erano ricoverati. Mi sono subito offerta di aiutarle, inviando messaggi ai loro familiari con tutte le indicazioni utili sulla posizione e su come raggiungere facilmente i piccoli. A volte basta davvero poco: un sorriso, un gesto di attenzione o un’informazione al momento giusto per alleggerire il cuore di chi si trova in ospedale. LUCIANA

Storie dal cuore Elisa per A.

ABOS – AGOSTO 2026 –

Durante un mio turno in ospedale ho conosciuto una bambina di nome A., con un disturbo dello spettro autistico importante, ricoverata perché doveva affrontare un delicato intervento.

  1. è una bambina dolcissima, fragile e bella. Era lì, seduta nel suo letto, tranquilla, a guardare i cartoni. Ogni tanto faceva sentire la sua presenza con qualche piccolo verso, mentre io parlavo con la sua mamma.

Ma ciò che mi ha colpito più di tutto sono state le parole dei suoi genitori.

Parole che, mentre le ascoltavo, mi stringevano il cuore.

Mi hanno raccontato quanto, a volte, il percorso che dovrebbe sostenere una famiglia possa diventare difficile e doloroso. Quanto possa essere difficile vedere la propria figlia, che loro amano immensamente, non sempre trattata con la delicatezza e il rispetto che merita, arrivando persino a sentirsi emarginati proprio nei luoghi da cui dovrebbero ricevere aiuto.

Le loro parole mi hanno lasciato tanta tristezza, ma anche una consapevolezza ancora più grande: ho capito quanto può essere potente l’amore di due genitori.

Un amore che non si arrende. Che continua a lottare, anche quando è stanco, anche quando sembra che ogni cosa sia più difficile del previsto.

Un amore che chiede soltanto che la propria figlia possa vivere circondata da persone capaci di guardarla davvero, con rispetto, dolcezza e amore.

Quel giorno ho capito anche un’altra cosa: a volte i genitori hanno semplicemente bisogno di qualcuno che si fermi ad ascoltarli. Di poter parlare, anche solo per qualche minuto, e lasciare uscire un po’ di quel dolore che si portano dentro da tanto tempo.

Quando il mio turno è finito, i genitori mi hanno ringraziata. Mi hanno detto che avevo portato un po’ di allegria in un momento difficile.

E invece sono io che devo ringraziare loro.

Perché quel giorno, senza forse rendersene conto, mi hanno insegnato qualcosa di grande: che l’amore vero sa essere forte anche quando la vita mette davanti ostacoli enormi. E che, proprio nelle situazioni più dure, non bisogna smettere di lottare.

A., con la sua dolcezza, e i suoi genitori, con il loro amore, hanno lasciato dentro di me qualcosa che porterò con me anche nei prossimi turni e nella vita.

Perché a volte basta fermarsi e ascoltare per ricordarci, semplicemente, quanto sia importante esserci.

Elisa ❤️

Storie dal cuore Giada per T.

AOS – AGOSTO 2026 –

Sono una volontaria ABOS, per tre settimane, ogni venerdì, ho avuto la gioia di entrare nella stanza di T., un bambino di origine araba di nove anni, con grandi occhi neri e, nonostante tutto, un sorriso felice.

Non abbiamo avuto modo di fare grandi discorsi, perché comunicavamo con l’aiuto del traduttore.

Avevamo sicuramente qualcosa in comune: la stessa emozione, la stessa voglia di condividere piccole cose, la felicità di stare insieme per qualche momento. Attraverso i suoi sguardi gioiosi e i giochi che facevamo, siamo riusciti a darci tanto.

Accanto a lui c’era la sua mamma, che non riusciva a nascondere la propria fragilità e la grande stanchezza di quei giorni difficili. Eppure, nonostante tutto, aveva una straordinaria voglia di sorridere, comunicare, raccontarsi attraverso il traduttore,  spesso, usciva dalla stanza alla ricerca di una connessione che purtroppo era sempre incerta.

Mi ha ringraziata più volte e, un giorno, mi ha chiesto se potevamo fare una foto ricordo insieme a T. È stato un momento semplice, fatto di grandi sorrisi e di emozioni condivise. Uno di quei momenti che sembrano piccoli, ma che sono certa resteranno nei nostri cuori.

Ricordo tutti i giochi fatti insieme, gli sguardi e quei piccoli momenti di serenità che sono stati per me un grande regalo.

A fine turno non è mai stato facile salutare T. e ogni volta gli auguravo di guarire presto, di poter tornare finalmente a casa, insieme alla sua mamma.

Oggi, entrando finalmente nella sua stanza n. 15, ho avuto una sensazione particolare. La stanza era vuota, ma non lo era davvero, perché lì dentro si respirava ancora l’amore che T. e la sua mamma hanno lasciato a tutti.

Mentre uscivo dalla stanza, ho pensato che, forse, è proprio questo il senso più bello del nostro essere volontari: entrare nella vita di qualcuno per un piccolo tratto di strada, lasciare e a ricevere qualcosa che rimane nel cuore.

MURGIA Giada Ped